Archivio per Aprile 2008

La curiosità del nuovo

I risultati delle precedenti elezioni sono quotidianamente sotto i nostri occhi. La futura squadra di governo è, mai come oggi, ignota (almeno ai più), le alleanza sono (almeno per ora…) stabili e tutti aspettano la formazione del nuovo esecutivo per vedere quanto il leader del Pdl seguirà alla lettera il manuale Cencelli, necessario per la formazione del precedente esecutivo dell’Unione. La grande sopresa che tutti si aspettano, principalmente noi studenti di scienze politiche che ci interroghiamo l’un l’altro sul suo funzionamento, è la messa in pratica del “governo ombra”.

Tale istituto è proprio della prassi britannica, che si caratterizza per il suo bipartitismo, argomento sul quale ci siamo già soffermati… La prassi vuole inoltre che una volta vinte le successive elezioni, il nuovo esecutivo sia tale e quale al precedente governo ombra. Il che comporterebbe dei problemi per il Pd sin da ora in quanto Di Pietro sembra il principale candidato per la nomina del futuro ministero (ombra) di grazie e giustizia. Uno dei temi caldi, all’interno del Pd, della appena passata campagna elettorale, è stato però il veto posto da Bettini (fedelissimo del segretario Veltroni) sulla nomina del leader dell’Italia dei Valori come guardasigilli.

L’applicazione di questo istituto è sicuramente un passo in avanti per quanto riguarda la collaborazione (che ci si augura possa risultare costruttiva per l’intero sistema paese) tra maggioranza e opposizione, essa va però contro il principio enunciato da Montesquieu nel “Dello spirito delle leggi” che, assieme alla separazione dei poteri, continua a contrassegnare le democrazie moderne.

Come studenti e “scienziati della politica”, come siamo soliti essere chiamati, attendiamo con ansia l’applicazione del cosidetto “shadow government”, ma nel frattempo i fautori di tale novità dovrebbero lavorare per renderla più italiana e meno insulare. L’Italia ha subito numerose modifiche (più imposte che concesse) da pochi mesi a questa parte dinnanzi alle quali ha taciuto…ma la classe dirigente dovrebbe stare attenta a non stuzzicare il cane che dorme…

Enrico Parini

Edizione Romana

Comunico a tutti i Frondisti (soprattutto a quelli di Milano) e ai nostri lettori (che spero siano più dei Frondisti), che Il Frondista è uscito ieri alla Luiss Guido Carli di Roma e verrà distribuito nei prossimi giorni all’università. Ringrazio tutti per lo sforzo, anche finanziario, che avete sostenuto per permetterne la pubblicazione.

Mattia Bacciardi

Oil for food

Poche ore prima che si scatenasse il giusto putiferio sui risultati delle elezioni, reso ancor più interessante da altisonanti analisi sociologiche sulla scomparsa dei comunisti e sul successo dei leghisti, ho avuto modo di occuparmi brevemente del problema alimentare. Grazie ad un’insolito allineamento astrale (leggi “mediatico”) ad una bella inchiesta sul rapporto biofuel-deforestazione è seguita una puntata di Report sul mercato italiano dei prodotti agricoli: un po’ di chiarezza su distribuzione, prezzi, biologico e filiera corta. Il Professore su Repubblica ha fatto il punto della situazione, seguito il giorno dopo dal Corriere che ha pubblicato un paginone sui 36 paesi in crisi alimentare. L’ultimo numero dell’Economist lo chiama “The Silent Tsunami”, citando una funzionaria del WFP che definisce così l’ondata mondiale di inflazione sui prodotti agricoli. Potrei continuare ma mi fermo qui. Il problema è serio e come tutti i problemi di questo tipo trova ampio spazio sui media seri, qualche spazio sui migliori media italiani, zero spazio su quelli mainstream e, soprattutto, sull’agenda dei politici nostrani.

A parte questo, qual è lo scenario che ci troviamo davanti? Da quanto ne so abbiamo l’agricoltura Europea protetta e sovvenzionata, con la PAC che costa circa 55 miliardi di euro all’anno, penalizza le agricolture dei paesi in via di sviluppo con dazi del 23% e non evita che i prezzi al campo siano ugualmente molto bassi. Stesso discorso negli Stati Uniti, in cui interi settori in cui il paese è primo esportatore del mondo (vedi cotone e mais) campano grazie ai sussidi federali. Su entrambe le sponde dell’Atlantico questi incentivi, pagati da tutti contribuenti, finiscono principalmente nelle tasche delle grandi aziende, mentre ai piccoli coltivatori che si propongono di salvare dalla povertà arriva meno del 20% della torta.

Cina e India stanno aumentando i loro consumi alimentari ad un ritmo paragonabile solo alla loro crescita economica. E una società più ricca consuma più carne, la cui produzione consuma più acqua, più suolo e più energia dell’equivalente in cereali. Poi c’è il fattore biofuel, che si articola in vari problemi: tecnologico, perché il bioetanolo da zucchero evita il 91% delle emissioni di CO2 rispetto alla benzina, mentre quello da granturco solo del 20%. E chi assicura che il processo sia energicamente vantaggioso? Poi c’è il problema commerciale, di quanto costa un litro di biodiesel o di etanolo rispetto alla benzina verde o al diesel convenzionale. E i paesi, come USA e Brasile, che investono in questa tecnologia si fanno la guerra commerciale, alterando i prezzi anche su questo mercato. Infine il problema sistemico, di quanto le colture vengono espanse per produrre biofuel, di quanta produzione alimentare viene sacrificata per farne carburante, di quanto i cambiamenti climatici renderanno questa misura “verde” veramente percorribile.

D’altro canto un aumento generalizzato dei prezzi alimentari nei paesi in via di sviluppo potrebbe stimolare l’offerta e permettere a quegli agricoltori oggi sottopagati di guadagnare abbastanza di investire in irrigazione e tecniche agronomiche moderne. E da quanto ho capito dal reportage su Rai Tre non sono tanto il mix di pesticidi e fertilizzanti della rivoluzione verde anni ‘60, quanto le tecniche biologiche e naturali, che garantiscono le stesse rese, prodotti più validi dal punto di vista nutrizionale, risparmio sulla chimica e minor impatto ambientale.

Fino a pochi anni fa si diceva che il mondo producesse n volte il cibo necessario per sfamare tutti e fosse solo un problema di distribuzione delle risorse. Ora scopriamo che non è così e che un altro problema urgente e globale si aggiunge alla questione climatica. Mi piacerebbe cominciare a capirci qualcosa insieme a voi.

Si fa presto a dire sinistra

La recente vicenda della scomparsa della sinistra radicale dal Parlamento italiano e le numerose riflessioni che ne sono seguite sulla stampa nazionale, ci costringono ad affrontare il fenomeno tentandone una lettura che ne ricerchi le possibili cause.
Alcuni e non da ultimo Emilio in questo blog annunciano platealmente la scomparsa o la fine della sinistra tout court, come se un deludente risultato elettorale con relativa soglia di sbarramento bastasse a cancellare un partito che governa stabilmente nelle coalizzioni amministrative di moltissimi comuni italiani.
O come se, ancora peggio, il potente ridimensionamento elettorale della frangia estrema e barricadera della sinistra italiana possa assurgere a “fine della sinistra”. Ammettendo implicitamente che di sinistra ce ne sia solo una, ignorando il 33,7% del Partito Demoratico che si colloca fermamente nell’ala sinistra dello schieramento.
Come se si ignorasse che proprio a sinistra il Novecento ci ha abituati ad un frazionamento e ad una dialettica mai sopiti. L’ala leninista di del partito bolscevico, ertasi poi a monopolista dell’interpretazione ortossa del marxismo, era ancora minoritaria quando il 7 Aprile del 1917 lo stesso Lenin tornava in Russia per accendere la rivoluzione; partito bolscevico che a sua volta costituiva la minoranza del partito socialdemocratico russo. Per non parlare dello scontro lungo un secolo tra le versioni sovietica-comunista del socialismo reale e quella più o meno riformista che di volta in volta si fregiava dei titoli di liberale, socialdemocratico, sindacalista.
Non possiamo, di fronte alla scomparsa parlamentare dell’ultima versione di piazza del marxismo, rintoccare la campane funebri di tutta la sinistra italiana.
A meno che l’epitaffio di quel microcosmo frastagliato che andava dalle posizioni trokziste a quelle sovietiche della mozione dell’Ernesto fino al “socialismo dal volto umano” di Bertinotti, non nasconda in realtà un retropensiero. Il pensiero implicito che il Pd non sia di sinistra, come insinuavano “Liberazione” e “Il Manifesto” il giorno successivo alle elezioni.
Significherebbe ignorare gli sforzi intellettuali di chi, lanciando Rawls, Sen ed Anthony Giddens, tenta di sottrarre la sinistra italiana alle spire mortali e morenti di un marxismo che ha prodotto la disfatta della sinistra radicale.
Mattia Bacciardi

La fine a lungo rimandata della Sinistra italiana

Le elezioni politiche appena concluse decretano, a mio avviso, la fine della Sinistra italiana per come l’abbiamo conosciuta finora.

Dalla fine del XIX secolo a queste elezioni, si può individuare un filo comune che lega Turati a D’Alema, Matteotti a Boselli, Berlinguer a Fassino, la Settimana Rossa al “movimento dei movimenti”, Di Vittorio a Cofferati e via dicendo. Dal fenomeno storico della nascita del movimento operaio si sono succeduti una serie di eventi e trasformazioni che hanno segnato nel corso dei decenni l’evoluzione di quella che chiamiamo Sinistra italiana: la nascita del Partito Socialista, il prevalere del fronte del No alla Guerra del 1915-’18 all’interno dello stesso partito, la nascita del PCd’I con la scissione di Livorno nel ‘21, la partecipazione delle sinistre alla costruzione dell’Italia Repubblicana e successivamente il PSI al Governo, il compromesso storico, il craxismo, la nascita del PDS, il movimento No Global.

Alla luce di quanto avvenuto negli ultimi anni e in particolare durante questa campagna elettorale, (e tenendo conto del suo esito), mi sembra che si debba riconoscere che quel mondo è morto, non c’è più. La storia della Sinistra italiana è giunta al suo epilogo. Propongo quindi, data l’onorabilità del defunto e della storia che si lascia alle spalle, di celebrare anche i suoi funerali con adeguata solennità. Sarebbe un insulto verso la stessa Sinistra italiana, a mio modo di vedere, minimizzare quello che è avvenuto, dicendo per esempio che il morto non è morto, che è solo terribilmente stanco e malato, ma che presto si riavrà.

Perchè arrivo a dire questo? In che senso è morta la Sinistra in Italia? Ho pochi argomenti, ma spero che siano validi.

1)la Sinistra italiana (Partito Democratico, Rifondazione Comunista, Socialisti, Comunisti italiani, Sinistra democratica ecc.) non sono più il punto di riferimento politico della classe operaia, dei sindacati, dei ceti meno abbienti e di quel ceto di professionisti aperti al cambiamento e protagonisti dello sviluppo economico e sociale. Appare quindi attualmente priva di una vera base elettorale, che le dia legittimità e forza per fare proposte audaci e lotte coraggiose nel vasto campo della politica e della società.

2)la classe dirigente dei vari partiti che la costituiscono e la maggior parte di coloro che sono culturalmente legati alla sua tradizione hanno perso da alcuni anni la capacità di capire veramente il nostro Paese e i cambiamenti che stanno avvenendo in tutto il mondo a livello economico e civile. Gli italiani non riconoscono più nella classe dirigente di sinistra una forza per il cambiamento, ma un ceto di politici di professione che ha trovato un posto sicuro nelle viscere della macchina statale.

3)la Sinistra non ha mai affrontato veramente il crollo dell’ideale del socialismo reale. Questa è stata forse la colpa più grave: non avere avuto il coraggio di affrontare sé stessi. Nel contesto di un vuoto ideale, la Sinistra si è lasciata traghettare per inerzia verso il piccolo porto sicuro degli ideali individualistici, portando il liberalismo alle sue estreme conseguenze morali. Ha così perso la capacità di dare risposte adeguate alle domande dell’uomo moderno, poichè ha rinunciato a ri-imparare a conoscerlo.

Emilio Manfredi

Nota a pie’ pagina

Una tornata elettorale, specie una densa di sorprese come questa, non può passare sotto silenzio.
Ecco come un frondista legge il risultato uscito dalle urne.
La notizia della due giorni elettorale è che la Lega è la vera vincitrice di queste elezioni. Raggiungendo l’8-9% a livello nazionale, con punte di 26% in Veneto e sfiorando i massimi storici del ‘96 quando si presentò da sola e forte degli slogan secessionisti, la Lega ricoprirà un ruolo determinante nella prossima legislatura.
Sottraendo voti anche alla sinistra radicale nel suo bacino elettorale storico dell’operaiato del Nord il partito di Bossi mostra di rappresentare l’ansia da globalizzazione di quella parte del Paese che più ha le carte in regola per reggere la competizione globale.
Parte del destino del Nord, e dell’Italia con esso, dipenderà dal modo in cui i ministri del Carroccio sapranno interpretare il loro ruolo istituzionale, chiedendo le riforme liberali capaci sul serio di rilanciare la locomotiva settentrionale. O se, come negli anni Novanta, si trincereranno a partito del sindacato immobilista di Malpensa.

Il Pdl e il suo leader, forti di una maggioranza più che consistente non hanno più alibi a metter seriamente mano alle riforme. Da un leader eletto per la terza volta, capo del più grande partito italiano e non privo dell’ambizione di paragonarsi alternativamente a De Gasperi e alla signora Tatcher, ci si aspetta che metta la faccia e il peso politico ad una seria riforma del welfare e della pubblica amministrazione degna di questo nome.

Il Pd esce un po’ ridimensionato nelle sue ambizioni maggioritarie da un non esaltante 33,7%, ma ha tutte le attenuanti del caso; che vanno dall’impopolarità del governo attuale, alla brevità della leadership veltroniana, alla regola che in Italia vuole il governo uscente vittima del voto di protesta.
A Veltroni il merito di aver rinnovato in parte la dirigenza e averci dato una campagna elettorale di ispirazione (se non di stampo) anglosassone. Al Pd ora il compito di una opposizione intelligente e costruttiva, degna di un partito che si candida al prossimo governo. La radicalità dei problemi italiani consiglierebbero una convergenza con il governo sul modello francese della “Commission Attali”, ma questo non dipende solo dall’opposizione…

Infine una nota sulla sinistra radicale, aggettivo che più gli si addice ora che il sostantivo di “arcobaleno” ha dimostrato la sua essenza di cartello elettorale. Sulla sua dirigenza potrebbero esprimersi pesanti giudizi di merito e di metodo per come è stata condotta la campagna elettorale, ma la verità è che più degli altri la sinistra radicale sconta la sua mancata comprensione o volontario rifiuto della logica bipartitica.
In tutte le democrazie occidentali in cui due sono i partiti a fronteggiarsi per la conquista dell’esecutivo, che dovrebbe rimanere obbiettivo primario della competizione democratica, le battaglie si vincono al centro. Cioè convergendo i voti sul partito di maggioranza più vicino al proprio. Questa logica, assieme all’incapacità d’intercettare il malessere di coloro che non si sentono più rappresentati dal partito dei veti e della conservazione, ha prodotto il misero 3,1% della sinistra radicale.

Quadro politico semplificato e polarizzato quindi, ma questo non significa necessariamente che si abbia coscienza nei partiti rappresentati in Parlamento dei problemi reali del Paese e del modo di risolverli.

Mattia Bacciardi

Considerazioni a freddo di un elettore PD

L’elettore PD medio sarà certamente molto deluso dai risultati del voto.  Le aspettative erano alte, le speranze forti (sebbene poco concrete). Ritrovarsi di fronte un Berlusconi III lascia un sapore più che amaro a chi credeva, e crede ancora mi auguro, nel progetto Partito Democratico.

Ciò nonostante, ci sono alcune considerazioni, più sistemiche che prettamente politiche, di cui questo elettore dovrà tenere conto. Anche solo per risollevarsi il morale.

Vi è la concreta possibilità che la Legislatura si fondi su una reale dialettica tra i due principali schieramenti al Parlamento. Questo potrebbe concretizzarsi per via di circostanze sia interne che esterne ad essi, circostanze più uniche che rare.

Per quanto riguarda le circostanze interne, da una parte il vecchio Paperone ha forse cominciato a rendersi conto del fatto che non può reggere anni di liti e discussioni, anche per via della possibilità che la Lega al suo interno si comporti come la padrona di casa (rectius Parlamento). Inoltre non vuole passare alla storia per ciò che è, ovvero il politico dell’antipolitica, populista e interessato;ambisce allo status di statista, e, magari, al Quirinale. Non è uno sprovveduto, e, personalmente, non considero questa sua ambizione velleitaria. Anche se quanto ha fatto in passato non si cancella, si è sempre in tempo per rimediare.

Dall’altra parte Veltroni è l’uomo in grado di fare una opposizione come in Italia non se ne vedono. Costruttiva e all’insegna della collaborazione, quantomeno sui temi più urgenti. L’accusa secondo cui i programmi dei due si assomigliavano è la conferma del fatto che ci vuole davvero poco ad individuare i temi da discutere, e soprattutto risolvere, per il bene del nostro Paese.

Queste due circostanze interne sono ancora più favorite da ciò che sembra il primo vero passo in direzione di una struttura effettivamente bipolare del nostro regime parlamentare.

Sebbene la mancanza di rappresentatività di una parte dell’elettorato comporterà la necessità da parte dei due schieramenti di farsi portavoce degli esclusi, questa nuova conformazione semplificata non potrà che essere d’aiuto nell’affrontare le più stringenti necessità cui dobbiamo far fronte, per di più accentuate dagli effetti che vengono dal resto del mondo.

Personali impressioni post-elettorali

Ex-post è tutto più facile. L’incertezza dei sondaggi, le suggestioni e le illusioni sollevate dai dibattiti e dalla propaganda elettorale si dissolvono in numeri e nomi degli eletti. Certo, non ci si può aspettare di diventare improvvisamente obiettivi perché il risultato brucia agli uni e esalta gli altri. Per quanto possibile al di là di questo, le mie considerazioni sono le seguenti:

  • Il prossimo governo avrà il potere di far approvare il programma senza tanti intoppi. I gruppi parlamentari saranno pochi, i presidenti saranno di maggioranza, l’unico nanetto di centrodestra, l’MPA, non sarà l’ago della bilancia. L’unico rischio è la Lega, ma non credo che intralcerà il Cavaliere una volta ottenuto il federalismo fiscale. Spero vivamente che sappiano rispondere, magari con criteri che non condivido, ai problemi di questo Paese. Non è più tempo di immobilismo o mezze misure.
  • La legge elettorale siffatta, per gli amici Porcellum, ha prodotto malgrado se stessa il Parlamento di cui sopra. Berlusconi non avrà nessuna intenzione di cambiarla, il Referendum dell’anno prossimo finirà in nulla perché nessuno si ricorderà più del dibattito di quest’inverno e i problemi saranno ben altri. Intanto il dato è che ci sono milioni di persone, il conto esatto ve lo farò avere, che sono andati alle urne, hanno votato una lista valida e legittima e non hanno alcuna rappresentanza in Parlamento. E visto che la rappresentatività è il sale della democrazia, questo non mi piace. Sono voti di elettori ignorati in nome della governabilità.
  • Il Partito Democratico ha visto l’inequivocabile sconfitta della strategia di rischio su cui aveva convintamente puntato. Tralasciando gli esiti del probabile processo interno che faranno a Veltroni e al suo entourage per come ha condotto la campagna elettorale, si aprono una serie di scelte fondamentali per il futuro del partito: collocazione definitiva in un gruppo parlamentare europeo, rappresentatività di una parte delle istanze della sinistra ormai extraparlamentare, approccio alle riforme propositivo (governo ombra?), collaborativo o di opposizione. Le elezioni europee non sono poi tanto distanti e qualche giunta regionale potrebbe essere rinnovata prima della scadenza naturale.
  • La velocità di spoglio delle schede e di comunicazione dei risultati è stata efficiente e trasparente. Nonostante ogni forma di voto o scrutinio elettronico fossero stati aboliti e le misure di controllo fossero rafforzate, i dati del Viminale sono arrivati cinque ore prima rispetto a due anni fa. E non sono stati riportati casi di irregolarità, dettagli irrilevanti a parte, grazie a verbali semplificati, rappresentati di lista ben organizzati e informati. L’ennesima dimostrazione che il voto elettronico non serve ed è un inutile grave rischio alla rappresentazione della volontà popolare.

Non credo seguiranno altri post così smaccatamente politici. Ci sono altri dossier molto più interessanti e importanti di cui discutere. In ogni caso, se qualcuno ha una piccata replica alle mie considerazioni da sottopormi sarò lieto di pubblicarla.

Ovvero come uccidere Luigi XIV

PUBBLICHIAMO, QUI DI SEGUITO, IL PRIMO EDITORIALE DEL NUMERO 0 DELL’EDIZIONE CARTACEA USCITA PRESSO LA LUISS DI ROMA NELL’OTTOBRE 2006.

di Mattia Bacciardi

Ho scoperto che scrivere un giornale ti insegna tante cose. Soprattutto se il giornale in questione lo devi prima creare, scegliergli un titolo e farlo stampare. Dietro ciascuna di queste operazioni si annidano una montagna di discussioni. Torrenti di parole, fiumi di incomprensioni, rigagnoli di battute, celie e prese in giro. Il tutto dovrebbe approdare al mare “placido” del giornale. L’acre odore della carta stampata che scivola sotto le dita del lettore attento. Niente di tutto ciò. Affinché il lettore non legga solo carta stampata, devi riempirle quelle pagine. Sciogliere periodi annodati in una prosa semplice e accattivante. Scartare parole astruse da pedante, evitando il tono basso dei rotocalchi; limare il superfluo.
Niente che qualche anno di liceo e poche letture selezionate non possano insegnare direte voi. Proprio così, dico io; se quello che volete è un altro foglietto tutto colori e immagini come ne girano tanti nelle università. Qui sta la sfida. Nostra, prima. LA sfida che abbiamo voluto lanciarvi sotto gli occhi con quella testata là in alto innanzitutto. Strana, allusivamente polemica, forse oscura. Sicuramente — questo ve lo svelo io — ragionata. Molto (troppo?) ragionata. La sfida comincia da quella parola strana e forse oscura, sicuramente polemica, pronunciata mentre si stava placidamente addentando un panino. Ha il sapore dell’irriverenza e suggerisce una diversità avvertita come un bisogno, indossata come un distintivo. Queste le sensazioni, mentre la facciamo girare di bocca in bocca, soppesandone il senso. Attenti alle sfumature mentre ne saggiamo il tono importante e il retrogusto acido.

Il resto segue come una favola; quella del cardinale astuto che se ne scappa da Parigi portandosi dietro il re-bambino. Troppo piccolo, questi, per capire l’arroganza di quei signori in livrea che, in nome dei loro privilegi, vogliono portargli via tutto. Tutto: lo sfarzo ipocrita della corte. Tutto: i vestiti ricamati dai sarti italiani. Proprio tutto, anche la grandezza di un impero su cui non tramonta mai il sole. Perché lo vogliono poi? Per difendere il loro privilegio da aristocratici? In nome di una libertà di cui non sanno cosa farne o per essere citati a piè di pagina nel grande libro della Storia? Un distintivo pesante da indossare quello de “Il Frondista”. Ma sappiamo che quella testata non può svelare tutto neanche al lettore più attento e preparato.

Avete finora impugnato l’arma e trovato uno stimolo (qualunque va bene) per intrufolarvi a Versailles. Gli avete visti gli sguardi biechi mentre aprivate le porte della reggia, pescando una copia de “Il Frondista”. Adesso sta a noi darvi il motivo per compiere il delitto. Per sceglierci; per scegliere articoli ragionati e mai banali sui temi dell’attualità e della politica, dell’economia e della filosofia. Non troverete piccanti notizie sull’ultima festa della Luiss o acute recensioni sull’ultimo disco di Britney Spears. E scusate se l’avvertimento è tardivo. “Il Frondista” non vuole piacere a ogni costo. Preferisce graffiare, stimolare e suscitare dibattito. Potrà sembrarvi polemico, irriverente, finanche provocatorio ma mai banale. Il distintivo di chi promette riflessione non aliena da originalità e arguzia si f a ancora più pesante. Pescare sul fondo delle notizie ed evitare di galleggiare richiede impegno e responsabilità. La responsabilità di tutto ciò che è Politica è tale da non poter essere lasciata sulle spalle di uno solo; scelto dal caso del suo sangue blu. Meglio la riflessione critica di otto penne. Con dietro otto teste pensanti.
Perché ne siamo convinti: la penna, in questo delitto, è più forte della spada.

Anche su internet

Benvenuti nel sito de “il Frondista”, che proprio oggi è in distribuzione all’Università Bocconi con il numero di Aprile.

Questo spazio sul web serve sì per raggiungere i lettori non possono fisicamente avere tra le mani una copia cartacea del giornale (cioè praticamente tutti tranne gli studenti della Bocconi e della Luiss), ma soprattutto è l’agorà virtuale in cui lettori, autori e redazione si incontrano tra l’uscita di un numero e l’altra. Abbiamo deciso di aprire un blog che ci serva da blocco appunti, per registrare impressioni, materiali e documenti, che costituiranno la base per gli articoli che troverete nei numeri cartacei. E abbiamo deciso di renderlo pubblico, aperto e trasparente, al fine di rendere partecipi i lettori e giovarci di quella straordinaria fonte di opinioni, idee, critiche e suggerimenti che è una comunità virtuale.

Sappiamo bene che aggregarne una dal nulla è un compito difficile e impegnativo, e che farlo in un sito scarno e dal design elementare è ancora più improbabile. Per questo chiediamo ai nostri lettori un po’ di pazienza, di darci il tempo di trovare un’assetto definitivo al blog e di raccogliere i post necessari ad aprire i primi dibattiti sui temi su cui si concentra la nostra pubblicazione. Per il momento potete leggere e commentare il numero di questo mese, disponibile in una sezione a parte e come pdf da scaricare, e visitare i nostri link di interesse, per entrare un po’ nell’ottica di quelli che saranno i temi di cui ci occuperemo.

A presto

La redazione web


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