Archivio per Maggio 2008

Luiss sostenibile

Visto che il mondo sta prendendo una direzione delirante,
è il caso di assumere un punto di vista delirante
Jean Baudrillard-1929

Da sempre amiamo definirci utopisti. Noi, giovani, ne abbiamo credute di tutte i colori. Abbiamo creduto alla dittatura del proletariato e al mito americano, a Dio- patria- e- famiglia come valori eterni e alla libertà conquistata a colpi di reggiseni bruciati in piazza. Poi, un bel giorno, c’hanno detto che la rivoluzione era finita, che era stato un errore delirante. Che si chiudevano i battenti e potevamo pure scordarci libretti rossi e neri. Grazie, ma ci eravamo già arrivato da soli. E da tempo. Mentre voi giocavate a fare a volte gli incendiari a volte i pompieri, noi eravamo già da un pezzo sulla strada della ragione. E all’incrocio fra rivoluzione e conservatorismo, non abbiamo avuto dubbi di sorta. Abbiamo però imboccato la strada della rivoluzione nel senso di marcia corretto. Quello del libero arbitrio. E mentre scarrozzavamo in lungo e in largo, abbiamo girato lo sguardo alla nostra destra e abbiamo visto la strada della responsabilità scorrere veloce al nostro fianco. E lungo il percorso abbiamo compreso che non c’è libero arbitrio senza senso di responsabilità.
Così, deliranti utopisti, abbiamo fatto il passo inevitabile: assecondare la lenta persuasione che la ragione con i suoi finiti mezzi esercita su di noi. Ecco allora giunto il compito di affascinarvi. Non arduo, a dir la verità, dato che questa volta non sarà necessaria la coperta troppo corta della retorica affabulatrice che tutto descrive e nulla spiega. Sono i fatti, i dati e le statistiche che sorreggono le nostre teorie sul mondo, che seppur fallibili, ci sembrano meritare un po’ della vostra attenzione.

Da buon utopisti deliranti crediamo, senza retorica, che un mondo migliore sia possibile. Ma illuminati dalla ragione che a suo tempo c’ha già persuasi, non staremo certo aspettare che giunga per necessità storica. Per questo, lasciando da parte la falsa modestia che non appartiene certo a giovani genuini come noi, scopriamo subito le nostre carte. Le nostre finalità sono banali quanto deliranti: vorremmo contribuire alla lotta ai cambiamenti climatici che osserviamo avvenire da decenni. Questo vuol dire promuovere una forma di partecipazione responsabile al mondo globale. Partecipazione dovuta visto la nostra fiducia nelle potenzialità uniche della globalizzazione come spontanea tendenza umana; responsabile, perché non pensiamo affatto che la libertà di coscienza significhi libertà di non aver coscienza. Perché crediamo, come recitava nel 1987 il Rapporto Brundland della Commissione Mondiale su Ambiente e Sviluppo delle Nazioni Unite, che lo sviluppo sostenibile è “uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i proprio bisogni”.
Quindi, ci impegniamo con voi per una maggiore sobrietà nei consumi. Che non significa certo alcuna inquisitoria morale sul comportamento individuale. Ma la sensata convinzione che con la collaborazione di tutti, università compresa, piccoli ma al tempo stesso grandi risultati possono essere conseguiti. Come una efficiente raccolta differenziata, che coinvolga noi studenti quanto il personale universitario. Come una efficienza dei consumi che miri a investire nelle fonti rinnovabili. Come la promozione di stili di vita sostenibili che sottolineino quanto il progresso non vada sempre e per forza di pari passo con la crescita economica.

Dunque, offriamo una ottimistica possibilità a chi vive e condivide con noi l’università ed i suoi spazi. Quella di vivere e condividere secondo assoluto libero arbitrio e rigoroso senso di responsabilità, appunto. La possibilità di essere parte attiva di un “fare” ambizioso e delirante che solo dei giovani utopisti come noi è proprio. Possibilità che, ne siamo certi, non sarà lasciata cadere nel vuoto dagli studenti delle scienze sociali della Luiss Guido Carli. Non crediamo potranno rinunciare ad essere veramente giovani, e dunque utopisti e deliranti, proprio ora che il mondo sta prendendo una direzione decisamente delirante.

Tommaso Jacopo Ulissi

Edizione di Roma, Numero 2 Anno II maggio 2008

Nulla dies sine linea.

Il Frondista è in distribuzione a Roma, presso l’università Luiss Guido Carli e, in misura minore, presso le altre università romane, a partire da ieri 19 maggio. Il nostro Progetto continua imperterrito a circolare e si rifarà vivo in autunno nella sua versione cartacea; il sito internet verrà comunque aggiornato ad oltranza.

Alessandro Capocaccia

Will they win or do better ?

Solo un simpatico modo per commentare l’essere sionista del frondista Capocaccia, anche se personalmente non riuscirei a definirmi tale con la stessa sicurezza e “fierezza” d’animo!

Nonostante non condivida affatto le posizioni di quanti esprimono il proprio sostegno, spesso in modo inammissibile ed inconcepibile in una società civile, a favore delle pretese e dei metodi poco diplomatici e poco pacifici degli arabi palestinesi, non posso non considerare gli eccidi, i crimini, le guerre civili che in questi sessant’anni e più hanno lacerato, insanguinato e caricato di odio reciproco ben due popoli.

Nel riconoscere ad Israele il diritto, legittimo e doveroso, ad esistere bisognava considerare il peso dei disastrosi eventi che dal ‘35 al ‘39, durante il mandato britannico, avevano già scosso la Palestina (alludo alla Grande rivolta araba), configurandosi, ahimè, come i primi di una lunga serie. Senza dimenticare poi il massacro di Deir Yassin, avvenuto il 9 aprile del ‘48 ad opera dei membri dell’Irgun, ferventi sionisti guidati dal futuro primo ministro Begin, e della Banda Stern, ben sei settimane prima che venisse proclamato lo Stato di Israele. Da allora si sono succedute inutili stragi, insurrezioni, rivolte, eccidi che probabilmente potevano essere evitate se si fosse agito diversamente, se le grandi potenze internazionali non avessero accelerato ed “imposto” la formazione di un nuovo Stato sul territorio palestinese, magari concepito, in parte, come una sorta di doveroso “risarcimento danni” per i tragici e fatali errori (leggi: crimini) commessi durante la seconda guerra mondiale (alludo, naturalmente, allo sterminio di 6 milioni di ebrei).

Auguro ad Israele, per questi sessant’anni una profonda e rinnovata maturità, che gli consenta di rimediare, almeno in parte, agli errori commessi nel corso del tempo dal suo popolo, e di non commetterne di nuovi.

Altri 60 di questi anni, Israele (?)

No, questo certo non è l’augurio migliore. Ma qualche giorno di ritardo non mi impedirà di fare i miei personali auguri a Israele e agli Israeliani per i 60 anni dalla fondazione. Non solo, banalmente, l’unica democrazia del medioriente, ma l’unico Paese al mondo che è in grado di fermarsi a riflettere e criticarsi nonostante 60 anni di sangue e proiettili; 60 anni cominciati partendo dal martirio, nel corpo e nell’animo, di un popolo diviso, ma coraggioso.

Sono sionista perché riconosco Israele e il suo diritto ad esistere; non perché ne giustifico gli errori e i crimini, ma perché so che è in grado di rimediare e di rialzare il capo. Non si può negare Israele, perché non si possono negare i suoi scrittori, le sue università, i prodotti dell’ingegno del suo popolo.
Per questo, auguri Israele, speriamo che i prossimi 60 anni siano migliori.

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