Ieri sera l’Italia ha perso la partita contro l’Egitto. Dopo un buon quarto d’ora di macchine gioiosamente strombazzanti allo stile italiano, sotto casa mia è comparso un corteo di egiziani, un centinaio di persone, qualcuno in auto qualcuno in bici, che festeggiavano allegri diretti verso il centro, gridando a ritmo “Egitto!” (o almeno è quello che ho potuto capire). Erano tanti, inaspettati, molto chiassosi, si sono presi anche la piccola libertà di tamburellare sulle auto bloccate dalla loro sfilata, ma è stato bello guardarli passare perché dai loro volti e da come si muovevano era ovvio come si sentissero a casa. Si sentivano liberi di manifestare liberamente la loro gioia, sicuri che tanti non-egiziani (forse non proprio tutti) sarebbero stati contenti di condividere per una sera la loro festa. Sicuri che nessuno li avrebbe fermati o insultati, che nessuna polizia li avrebbe fatti disperdere, che nessuna ronda li avrebbe minacciati.
Per una sera sono scomparse le campagne sulla sicurezza, i respingimenti, i clandestini, i tronfi in camicia verde che urlano contro le moschee e vietano i kebab. Perché era ovvio che l’Italia è anche casa loro.
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